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La politica italiana in uno scritto di Giosuč Carducci


La politica italiana

in uno scritto di Giosuè Carducci

 

“Non è propriamente e specialmente la politica il maggior bisogno dell’Italia, anzi l’Italia riconosce gran parte de’ suoi mali da questo prevalere della politica a ogni altra cosa, da questo escludere, che la politica ha fatto, tutte le altre questioni e interessi, da questo assorbire, che la politica ha fatto, il miglior succhio della vita paesana. Il credito italiano si trascina in una faticosa via crucis, dove troppo frequenti sono, e troppo insigni, le stazioni degli inciampi e delle cadute. Ci possiamo almeno confortare nelle condizioni della pubblica istruzione, nelle glorie e nelle spe­ranze della coltura, della scienza, dell' arte? Le uni­versità, in vero, le academie, gl’instituti superiori, scientifici, letterari e tecnici, non mancano: anzi, gli uomini di scienza e di pratica si lamentano che ce n'è d'avanzo, e pregano si levi di mezzo questo ingombrime di misere dovizie. Ma questa faci­lità dell'istruzione data dallo Stato con mezzi insuf­ficienti in cosi larga estensione travia una gran parte della gioventù senza conferir nulla ad inalzare il livello della coltura nazionale. L’Italia che lavora e paga ha ragione di dire ai suoi reggitori: Io ho bisogno di agricoltori e d'industriali, e voi moltiplicate gli avvocati; io vorrei anche adornarmi di dotti, di letterati, di scrittori, e voi moltiplicate i professori a cui mancano le scuole. La diffidente sorveglianza che si esercita assidua su l'insegnamento secondario non vale a fare avanzare d'un grado la mediocrità, che è il termine fisso a cui giungono le nostre scuole, quando van bene. Né la istruzione elementare obbligatoria potrà di per sé sola produrre tutto quel bene che se ne spera, quando non si alzi e si rettifichi il livello della istruzione superiore e della coltura generale. E c’è un'altra statistica nella quale l'Italia supera troppo mostruosamente tutte le nazioni civili: la sta­tistica dei carcerati e dei delinquenti. Alla quale se aggiungansi le statistiche della prostituzione, del vagabondaggio, dell'accattonaggio, dei mestieri che non son mestieri, dell'emigrazione, e la statistica orribilmente indeterminata della miseria, c’è da me­ravigliarsi con noi stessi che abbiamo la conscienza sì tranquilla e tant'ozio e tanta fede nella Provvidenza da perdere tempo e pensieri dietro le combinazioni o le scissioni di sinistra o di destra.

La plebe in Italia o è nemica dello stato od offre in sé una tal maniera bruta d'indifferenza su cui le fazioni avverse alla nazione e alla libertà lavo­rano  efficacemente. E qui la colpa è d'ambedue i partiti, ma più spe­cialmente di quello di sinistra, il quale attrasse a sé quanto poté dell'elemento plebeo nelle gloriose file dei volontari; ma poi dimenticò la plebe. O, se non la dimenticò, fece peggio: blandì, e in parte guastò, con lodi e promesse pericolose la plebe delle città, per trasci­narla nelle lotte politiche: ma del reale malessere delle plebi così di città come di campagna non si curò mai; con la indifferenza o la incredulità alla questione sociale lasciò aggrupparsi e ingrossare il pericolo sociale. La sinistra italiana e il partito democratico in generale non ha creduto, non ha amato, non ha voluto far mai altro che la politica, o bene o male; e qui sta la sua colpa; o almeno la sua debolezza. Dove è a sinistra o fra i democratici chi abbia ricer­cato e studiato seriamente le condizioni della plebe italiana? dove sono gli animosi, intelligenti e severi affrontatori della questione sociale in Italia?...

Oltre i termini troppo angusti e circoscritti e non poco incerti del paese legale esiste - che che ne paia a certe superbie e a certe dottrine - esiste il paese reale che non vuole dimenticati gl’interessi suoi per gl'interessi dei partiti e delle persone; il paese reale che non può sopportare di vedere ingan­nate e turbate le sue aspirazioni da combinazioni ibride e immorali; il paese reale che ha il diritto di ricordare ai deputati che nel piccolo Montecitorio non si deve dimenticare e disconoscere l'Italia, la quale al di fuori guarda, attende e giudica”.

 

(Dal “Manifesto d’una Rassegna settimanale”, 28 febbraio 1879)


Autore: Giosuč Carducci


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