GIUSTIZIA IN SUBAPPALTO
GIUSTIZIA IN SUBAPPALTO
Mario Scaffidi Abbate
In principio era la parola. E’ così che cominciano le inchieste: intercettando le conversazioni telefoniche. Preventivamente, deliberatamente. Perché tutti (tranne i magistrati) sono potenzialmente dei criminali: chi non ha pensato, almeno una volta, di ammazzare qualcuno?
Così, prima ancora che le voci registrate siano vagliate e depurate di tutto ciò che non ha alcuna rilevanza penale, inizia il passa parola: il Leviatano dell’Informazione - mostro orrendo, come la Fama virgiliana, dai mille occhi, dalle mille bocche e dalle mille orecchie - s’impadronisce di quel prodotto, spesso abusivo, lo manipola, lo stritola coi suoi denti avvelenati, lo mastica con un gusto sadico pieno di soddisfazione, e poi lo sputa riempiendo pagine su pagine: mille, diecimila, centoventimila! Che non sono niente di fronte ai milioni di pagine che si potrebbero riempire intercettando tutti i pensieri che passano per la mente dei cittadini. E se ciascuno gridasse ai quattro venti ciò che pensa dei magistrati? E se noi intercettassimo loro? C’è addirittura chi propone di portare in tribunale il Papa per imputargli la responsabilità di certi fatti che “non poteva non sapere”. Aspettiamo un avviso di garanzia per il Padreterno (il processo a Gesù l’ha già fatto Diego Fabbri): perché i padreterni sono loro, i magistrati.
Chi ci salverà da questo Grande Fratello che ci spia giorno e notte e che non si accontenta di quel che sente ma si alimenta e si accresce sempre più, di sospetti, di voci dubbie o false, di supposizioni? E’ un circolo chiuso, come nato da un tacito e recirpoco accordo: da una parte ci sono i giornali che lanciano l’accusa, magari per provocare l’intervento dei magistrati, dall’altra c’è una Giustizia che aspetta ad intervenire perché prima i giornali devono darle un appiglio, fare il lavoro sporco che i magistrati, puliti, non possono fare.
Basta un sospetto, buttato lì su un giornale, che subito si chiede la testa del sospettato. Siamo alla follia. La follia di una Giustizia che prima di mettersi in moto fa le prove generali attraverso la stampa, e nulla dice, nulla obietta, perché la libertà di stampa non si tocca, quando proprio i giornali e la televisione impediscono, ai più, di giudicare in piena libertà, senza condizionamenti, suggerimenti e suggestioni di sorta.
Ebbene, i primi a insorgere contro questo andazzo dovrebbero essere proprio i magistrati, criticando i colleghi che lo favoriscono e quasi ne godono, atteggiandosi ad eroi.
Ma che Giustizia è una Giustizia che dipende da “pentiti” e sicofanti, i quali nel momento in cui le dànno una mano offendono e mortificano la Giustizia stessa? Dov’è la sua autonomia? Se la mafia collabora con la Giustizia, la Giustizia a sua volta, mostrando di darle credito e importanza, fa un favore alla mafia. Per non dire che finisce con l’alimentarla, perché la mafia ne approfitta e se ne serve, assumendo un ruolo che spesso nel processo è addirittura di primaria importanza.
“Rem tene, verba sequentur”, consigliavano gli antichi: “Attieniti ai fatti, le parole verranno dopo”. La Giustizia fa il contrario. Così, sulla base di una frase, si accumulano, una dietro l’altra, centinaia o migliaia di pagine, con gli argomenti più disparati, raccogliendo di tutto e di più, compresa la spazzatura, nella speranza, sadica, ossessiva e avvelenata, che sia la spazzatura a spazzar via l’imputato. E naturalmente finisce che qualche motivo per incastrare il presunto colpevole si trova, perché “chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
E’ avvilente una Giustizia che manda all’avancarica i pentiti, le spie, le escort, i trans, e lasia che i giornali le spianino la strada. Anche lei intorbida le acque quando tira in ballo altri fatti che con quella specifica imputazione non hanno nulla a che vedere (seguace, forse, della filosofia del tout se tien). Se poi lo fa per interessi personali, per eliminare un avversario politico, per mettersi in mostra, per guadagnarsi uno spazio sui giornali o nei programmi televisivi, allora la Giustizia è ancora più riprovevole. E che Giustizia è quella di magistrati che quando un pentito nega ciò che loro vorrebbero che dicesse non si arrendono e non si dànno pace, e invece di cercare i “riscontri”, le prove concrete, tirano in ballo altri pentiti a cui cercano di far dire ciò che il loro compare ha negato?
E con tutto ciò l’indagato deve starsene zitto, perché “ci si difende nei processi, non fuori”. E perché allora si fanno i porcessi sui giornali e in televisione? Certe volte è proprio fuori dai processi che l’imputato, se non è colpevole, deve difendersi, per evitare che i magistrati lo mettano alla gogna distruggendo la sua onorabilità. Se la legge è uguale per tutti un uomo politico, tanto più se innocente, deve poter affrontare i processi in condizioni di parità con gli altri cittadini, cioè al termine del suo mandato, perché altrimenti sarà umiliato ancora di più dal peso della carica che ricopre.
“Una riforma della Giustizia non può partire da uno spirito vendicativo”. Giusto. Ma nemmeno si devono vedere magistrati che in televisione attaccano un Presidente del Consiglio, dicendo addirittura che se ne deve andare. Se c’è uno, fra i due, che deve per primo mostrarsi equilibrato e sereno è proprio il magistrato, che non deve dare alcun adito a sospetti di malanimo, di spirito di persecuzione e di imparzialità. Le prime prove deve darle lui. Se viene meno lui alla sua funzione non può pretendere che il cittadino, chiunque egli sia, se ne stia zitto.
Che esempio offrono quei magistrati che fanno i processi nelle piazze e negli studi televisivi? Questa sì è una usurpazione, un’offesa alla Giu-stizia, una umiliazione dei magistrati stessi, i quali scendono dai loro seggi istituzionali per misurarsi come dei pugili sul ring fra due opposte tifoserie, assoggettandosi, prostituendosi agli umori della piazza, alla propria vanità, al proprio spirito di rivalsa, agli interessi di carriera e così via. Sono i magistrati stessi che abdicano alla loro nobile funzione, insinuando anche loro so-spetti e timori, nonché il dubbio se la Giustizia sia veramente autonoma, come loro vanno gridando.
Forse c’è una questione di fondo in tutta questa babele. Una volta, quando non c’erano computer, scanner, fotocopiatrici e registratori, le notizie che si raccoglievano venivano selezionate, se ne faceva una sintesi, prima di trascriverle, oggi si infila tutto nel calderone, come capita capita, anche le voci e i sospetti più insignificanti, sicché il lavoro di cernita, di analisi e di sintesi, invece di farlo a monte, lo si fa a valle, dopo che questa è stata invasa da fiumi e fiumi di parole, con una perdita di tempo e dispendio di energie. Come fa Joyce col suo monologo interiore che butta sulla pagina tutto ciò che gli passa per la testa, cose vere, cose false, cose utili e cose inutili: tutto fa brodo, in letteratura. Ma nella Giustizia?
Oggi si legge poco ma si scrive molto: tutti scrivono, tutti telefonano, tutti mandano e-mail e messaggini, tutti arraffano da Internet il loro bottino quotidiano di parole, di informazioni, è un continuo, folle e indiscriminato copia-incolla.
A dispetto del computer, nello studio di uno scrittore ci sono valanghe di fogli disseminati dovunque, sulla scrivania, sugli scaffali, in tale quantità che se non si dividono preventivamente per contenuto o categoria, sistemandoli in apposite cartelle o cassettiere, c’è da perdere la testa per trovare quel che serve.
Brani di notizie, di articoli, citazioni disseminate qua e là il più delle volte senza che vi sia indicata la fonte, tanto che spesso ti domandi se siano farina del tuo sacco o di qualcun altro.
Uno spreco di carta che si vede nei verbali, nei contratti, nelle bollette della luce, del telefono, nei resoconti delle banche, note che una volta, dovendo scriverle a mano, non riempivano nemmeno una pagina, oggi sono un diluvio, tanto, si mette tutto dentro il computer e ci pensa lui a fare tutte le operazioni passando poi alla stampante, il mostro-sputaparole, tutto il materiale che ha ingoiato. Questo è il motivo principale per cui la Giustizia è lenta e disorientata
Al punto in cui siamo arrivati solo una voce, un intervento più che autorevole può porre fine a questa babele. E chi se non il capo dello Stato, che è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura? Signor Presidente, Lei ha una responsabilità non solo di fronte ai politici ma anche e soprattutto di fronte ai cittadini. Lei non è solo il garante del Parlamento, del Go-verno e dell’opposizione, e non deve preoccuparsi se una minoranza non condivide certi suoi interventi. Chi se non Lei, a cui non mancano giusti e assennati consiglieri, è in grado di vedere e di giudicare dall’alto della sua saggezza? Non ha nulla da perdere, Lei, anzi, ha molto da guadagnare di fronte alla maggioranza dei cittadini, è di questi che deve principalmente preoccuparsi. Delle piazze, dei popoli viola, dei girotondi e così via non si curi più di tanto (il fatto che anche quelli sono strumenti democratici non significa che non possano ricevere una tiratina d’orecchi).
Ma le offese, le calunnie, la spettacolarizzazione della Giustizia in tivù, certe prese di posizione dei magistrati le condanni in modo esplicito e tassativo. Se così farà non ci saranno presidenti del Consiglio che insorgono contro questo o quel magistrato, perché si sentiranno tutelati da Lei: è Lei, il primo, il più nobile, il più equilibrato, il più onesto e il più saggio dei cittadini, che ha più di ogni altro il diritto, oltre che il dovere, di ri-chiamare chi sbaglia, facendo nomi e cognomi, altrimenti non serve a niente. Parli chiaro, dunque: chi altri se non il Capo dello Stato può svolgere il compito di calmare le acque, di rasserenare gli animi, di richiamare tutti al loro dovere? Ci sarà sempre una parte che lo criticherà ma i più lo approveranno, senza dubbi o riserve di sorta.
Signor Presidente, Lei che è giunto al più alto gradino della scala sociale e ormai del Suo operato dovrà rendere conto solo al Padreterno, faccia suo il grido di dolore che da tanta parte del popolo si leva. Lo lanci questo appello, prima che sia troppo tardi, si metta al riparo da accuse (peggiori e più pesanti) che domani potrebbero esserLe rivolte, non dai pochi ma dai molti e soprattutto dalla Storia, per non avere avuto il coraggio di intervenire per evitare una guerra civile e un nuovo Piazzale Loreto.
Autore: Mario Scaffidi Abbate